Private Equity: i vincitori dovranno sovraperformare

Il settore del private equity sta attraversando un periodo particolarmente favorevole caratterizzato da un contesto economico espansivo, basso livello dei tassi, investimenti privati da record e performance di grande qualità che stanno attirando un numero crescente d’investitori nel comparto. Un insieme di condizioni troppo belle per poter durare, influenzate ed esacerbate da tre cicli complessi rispetto ai quali dobbiamo posizionarci.   

Comprendere bene la crescita e i suoi risvolti

Il primo di questi tre cicli è molto semplicemente il ciclo economico. A livello mondiale, la crescita globale appare decisamente sincronizzata. Gli Stati Uniti, ad esempio, fanno registrare da circa 10 anni una crescita ininterrotta che, indubbiamente, sta rallentando, ma che potrebbe anche essere rilanciata dalla riforma fiscale di Donald Trump. Sul fronte europeo, i turbamenti politici provocati dalla Brexit, l’elezione di Emmanuel Macron o, ancora, i risultati elettorali in Germania hanno completamente invertito l’indice di attrattività dei vari paesi dell’Unione a favore della Francia. Il nostro ciclo economico avviato di recente lascia presagire un’accelerazione della crescita sul modello dei vicini statunitensi.

La conseguenza è un’impennata del livello di concorrenza. L’anno scorso, su circa 20 operazioni da oltre 500 milioni di euro di EV, 11 sono state realizzate da operatori inesistenti nel 2016 (fondi pensione canadesi, investitori (LP) europei che operano direttamente…). Il prezzo degli attivi di qualsiasi tipo, in particolare dei titoli di borsa, prende il largo e le imprese che acquisiamo non sfuggono a questa regola.

In questo contesto, il rischio per gli operatori di private equityè di non poter investire, ritardando gli investimenti successivi, oppure d’investire troppo presto a prezzi alti, mettendo in pericolo la performance, per poi essere accusati di scarsa disciplina. Senza contare un’eventuale uscita dal mercato di fronte a una concorrenza più agguerrita… Questo clima non manca di generare anche opportunità, in particolare la possibilità di cedere i propri asset, approfittando dell’entusiasmo del momento per raccogliere investimenti più rapidamente. A tal proposito, ciascun team ha una visione e un approccio diversi in base alla propria stima della durata residua del ciclo in atto.

Misurare le conseguenze dell’effervescenza del settore  

[Lo sviluppo del nostro settore s’inserisce in questo contesto economico espansivo, potenziandone gli effetti.] Sono in totale disaccordo con chi sostiene che il private equitysia un segmento ormai maturo. A mio parere, un settore maturo si caratterizza per i seguenti fattori: crescita debole, numero di concorrenti limitato, forti barriere all’entrata e, infine, assenza di evoluzione tecnologica. Ora, il private equitynon presenta assolutamente le caratteristiche sopradescritte, dato che il valore degli investimenti è in continua espansione (3.000 miliardi di dollari d’investimenti in cinque anni), così come il numero di team specializzati, passato da 2.000 a 8.000 in 18 anni, e che, con lo sviluppo di nuove sottocategorie di attivi, nuove strutture finanziarie e nuovi business model, il comparto è senz’altro in continua evoluzione.

Come in qualsiasi altro settore, questa fase di forte crescita si traduce in investimenti cospicui da parte dei concorrenti che cercano di raggiungere un determinato posizionamento. Negli ultimi anni, le maggiori imprese sono diventate degli assets manager, passando da una logica monoprodotto a una logica multiprodotto e reclutando nuovi talenti. L’espansione geografica non è più un’opzione, come non lo è il rafforzamento delle competenze del personale.

Questa corsa al miglioramento del servizio al cliente e della performance comporta per gli operatori di private equityuna serie di rischi: marginalizzazione, perdita d’indipendenza, fuga dei talenti, incapacità di distinguersi e, infine, gap di performance in termini relativi. 

Digitale: trasformare un ritardo in una vera opportunità  

Terzo e ultimo ciclo, la digitalizzazione offre l’opportunità di creare valore dando impulso al tasso di crescita delle imprese, riducendo i costi e migliorando i margini, nonché, naturalmente, aumentando il multiplo a cui queste saranno cedute. Purtroppo, o forse noi dovremmo dire per fortuna, le imprese francesi accusano un certo ritardo in questo ambito. Il barometro della maturità digitale delle imprese di dimensioni intermedie, che pubblichiamo in collaborazione con EY, mostra chiaramente che c’è ancora molta strada da fare, nonostante vi sia una reale presa di coscienza. All’interno di Apax Partners abbiamo potuto constatare l’effettiva esistenza di una domanda e di un’esigenza da parte dei dirigenti, che sono consapevoli dell’impegno che questo comporta.

Il mondo del digitale fa appello a competenze che tradizionalmente non si trovano nei fondi di private equity: aiutare le nostre imprese a innovare nel minor tempo possibile può richiedere, da parte loro, la creazione di legami con l’ecosistema digitale delle start-up europee. Non fare nulla equivale ad assumersi il rischio di un declassamento competitivo e di una diminuzione del multiplo all’uscita dall’investimento. L’esempio più lampante del 2018 è probabilmente il trasferimento di valore avvenuto dal commercio al dettaglio tradizionale ad Amazon…

All’interno di questo ambiente complesso, riusciamo a mantenere una performance elevata attraverso un preciso posizionamento rispetto a questi tre cicli. Non dispongo, ahimè, di ricette miracolose, ma sono tuttavia convinto che esista una risposta comune a tutte queste sfide: la creazione di alfa. Concretamente: il miglioramento della creazione di valore operativo delle imprese, indipendentemente dalle scelte strategiche che possiamo fare. I vincitori di domani saranno quelli che riusciranno a sviluppare questa sovraperformance indipendentemente dal ciclo economico.

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