Private Equity europeo: consolidamento e globalizzazione avanzano

Secondo Nicolas Renaud, Head of Investment Private Equity di CA Indosuez, il livello di maturità del Private Equity europeo si avvicina alla situazione nordamericana. Panoramica di un settore in pieno cambiamento.

Come definirebbe oggi il Private Equity europeo?

Nicolas Renauld:In Europa, o quantomeno in Europa occidentale, il Private Equity ha ormai raggiunto un livello di maturità ampiamente equivalente a quello del mercato nordamericano. È altamente liquido e di una profondità che lo rende autosufficiente. Resta comunque ampiamente parcellizzato e caratterizzato da una dimensione multilocale che necessita non solo di una perfetta conoscenza delle sue particolarità, ma anche di disporre di risorse adatte per cogliere le opportunità in ogni mercato.

La ritrovata attrattiva dellEuropa allestero crea un ritorno dellinteresse da parte dei LP o dei GP esteri?  

N.R.: Rappresenta effettivamente una leva positiva per il mercato del Private Equity europeo. Ma la realtà microeconomica supera spesso le voci che circolano sui mercati e la volatilità delle percezioni d’oltre Atlantico. Le attrattive delle imprese europee, in particolare il loro potenziale di trasformazione e di sviluppo internazionale, va oltre la semplice dinamica macroeconomica del continente.

L’Europa dispone a suo avviso di una riserva di società sufficientemente importante per consentire agli attori del Private Equity di investire?  

N.R.: Sì, senza dubbio. Resta un’importante riserva di società private di medie dimensioni che rappresentano altrettanti futuri obiettivi per gli attori del buyout con opportunità di trasformazionecross-border e intraeuropee. La sfida continua invece ad essere quella di trovare un numero sufficiente di opportunità sul segmento delle società a forte crescita con un’elevata componente tecnologica, un segmento di mercato che è ancora relativamente più profondo negli Stati Uniti.

In Francia, ad esempio, manca capitale late stage per le pepite tecnologiche che raggiungono una determinata dimensione critica. Se i capitali sono disponibili per l’early-stage e il buyout, il divario in termini di funding in questa fase intermedia è ancora importante per competere con le società americane. Non tutti gli attori del buyout hanno portato a termine la loro trasformazione tecnologica e quelli del venture restano talvolta chiusi nel loro modello early-stage. La convergenza di questi due mondi ci sembra per ora molto più avanzata negli Stati Uniti.

In Francia l’arrivo sul mercato di nuovi attori avviene a scapito dei fondi nazionali tradizionali?

N.R. : Lo scenario concorrenziale si amplia con l’arrivo di nuovi concorrenti che possono far leva su un costo del capitale più basso e un orizzonte d’investimento più lungo in un contesto di liquidità abbondante e di tassi bassi. Resta tuttavia da stabilire se questo vantaggio continuerà a persistere anche nel caso di una ripresa dei tassi a medio termine. In ogni caso l’emergere di nuovi attori obbliga i fondi nazionali a reagire e pertanto a integrarli.

Non si tratta tuttavia per forza di una cattiva notizia per gli attori “tradizionali” che possono trovare in questa fonte di capitale una sorgente di liquidità aggiuntiva e di coinvestimento complementare. Inoltre i team già ben consolidati conservano anche un vantaggio nell’organizzazione e trasformazione degli attivi.

In quanto investitore, come si articola la sua strategia di investimento nei confronti dei GP?

N.R. : A differenza di alcuni nostri omologhi, non abbiamo basato la nostra strategia di investimento sull’intenzione di ridurre il numero di GP con cui collaboriamo. Intendiamo invece conservare una diversificazione elevata anche se questa strategia costituisce una vera e propria sfida a livello di risorse e infrastrutture. La selettività resta fondamentale e rappresenta un fattore chiave di successo nell’ottimizzazione dei rendimenti. Il mercato si mantiene sufficientemente profondo, quantomeno in Europa anche se meno in Asia, per lavorare con una base di GP ampia ma specializzata. La capillarità degli investimenti ci sembra ancora essere uno dei migliori modi di ottimizzazione del cash-at-work e pertanto della nostra liquidità. Per concludere siamo convinti che il rapporto GP e LP non sia unicamente una questione di dimensione dell’impegno bensì di relazione.

Per quanto riguarda i GP è tuttavia fondamentale determinare la dimensione critica necessaria per comprendere il loro fabbisogno di risorse operative, il consolidamento del loro del capitale umano, le sfide a livello normativo e i rapporti con gli investitori. Con meno di 500 milioni di euro di Assets Under Management (AUM), l’esercizio diventa difficile…Questa ricerca di dimensione critica deve innanzitutto essere presa in considerazione con riferimento al segmento esistente. Bisogna adeguare la dimensione dei fondi, rafforzando ed ampliando nel contempo le capacità di investimento tramite un aumento delle competenze settoriali, digitali ed operative, in particolare con un approccio più cross bordere paneuropeo.

Come prevede che evolverà il Private Equity nei prossimi anni?

N.R. : Siamo convinti che il Private Equity acquisirà una maggiore maturità, diventando in modo durevole per gli investitori una “mainstream asset class”. Il consolidamento e la globalizzazione degli attori del settore è sicuramente destinata ad accentuarsi.

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