Creative, reattive, familiari: le PMI made in Italy

Gian Maria Gros-Pietro, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Intesa Sanpaolo, prima banca italiana, descrive le specificità del mercato italiano e del tessuto di PMI che lo caratterizza.

Quali sono le principali caratteristiche del tessuto delle PMI italiane? Si tratta di società a proprietà principalmente familiare o a capitale diffuso o di proprietà di fondi di investimento?

Le imprese familiari rappresentano una componente rilevante del sistema industriale italiano: sono familiari più del 60% delle imprese quotate e oltre il 50% di quelle con più di 50 milioni di euro di fatturato.

Un focus su un campione di medie imprese italiane mostra che il 70,5% delle imprese analizzate ha un board composto per più dei tre quarti da familiari, mentre solo il 5,6% non ha nessun rappresentante della famiglia all’interno del Consiglio di Amministrazione.

Occorre, innanzitutto, sfatare alcuni miti legati all’azienda familiare: non è detto ad esempio che le aziende familiari siano piccole (si pensi a Benetton, BMW, Esselunga, Ikea, Walmart) o che abbiano una vita media inferiore (“dalla tuta alla tuta in tre generazioni”, ossia una generazione crea, una mantiene e la terza distrugge), o che guadagnino meno, abbiano meno capitali o siano meno meritocratiche.

Le imprese di carattere familiare possiedono specifiche caratteristiche distintive tra cui una prospettiva di gestione di medio-lungo termine, il legame con il territorio e la presenza di obiettivi non esclusivamente economici che permettono loro di generare dei vantaggi competitivi unici. Allo stesso tempo, la predominanza del modello di controllo familiare, la scarsa presenza di investitori esteri nel capitale delle imprese, le ridotte dimensioni del mercato borsistico possono rappresentare dei fattori ostativi all’efficienza, al dinamismo e alla crescita dimensionale del tessuto industriale italiano.

Nonostante la ridotta dimensione aziendale, il tessuto industriale italiano si conferma oggi estremamente vitale. Tra le PMI, e in misura maggiore nel segmento delle medie imprese, si osserva la crescita e lo sviluppo di nuovi soggetti imprenditoriali altamente competitivi e con crescente propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione. L’analisi delle performance evidenzia risultati positivi e migliori di questo segmento di imprese rispetto alla media manifatturiera, in termini di crescita del fatturato e incremento dei margini.

Quali settori vede predominanti? Intravede due-tre settori più promettenti in termini di sviluppo?

Per valutazioni di questo tipo è necessario andare al di là delle performance congiunturali dei singoli settori, valutando le diverse dimensioni che determinano la competitività dei singoli comparti.

L’ISTAT, nel suo rapporto annuale sulla competitività dei settori industriali, elabora un indicatore sintetico di competitività (ISCO) che fornisce una misura della performance dei singoli settori rispetto a quella dell’industria manifatturiera. La versione strutturale di questo indicatore, permette di elaborare un ranking dei settori industriali sulla base di quattro dimensioni della competitività (competitività di costo, redditività, performance sui mercati esteri e innovazione). Secondo gli ultimi dati disponibili (ISCO 2015), ai primi 5 posti della classifica si collocano il settore delle bevande, il comparto della farmaceutica e della chimica, l’industria meccanica, quella delle apparecchiature elettriche e l’automotive, comparti nei quali è maggiore la dimensione media aziendale, è maggiore la produttività, la propensione all’internazionalizzazione e all’innovazione.

Questi settori sono anche quelli che hanno visto crescere in misura maggiore la competitività nel periodo post crisi, evidenziando una crescita relativamente maggiore tutte le componenti dell’ISCO.

Anche nelle valutazioni della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, basate su un indicatore costruito su tre variabili (crescita del fatturato a prezzi correnti, differenza tra MOL e Oneri finanziari, evoluzione della differenza tra MOL e Oneri finanziari), la meccanica, la farmaceutica, l’elettronica e l’elettrotecnica, i mezzi di trasporto, e l’alimentare e bevande sono i settori che presenteranno maggiori opportunità di crescita, sia sul mercato interno, sia su quelli esteri.

Come descriverebbe la classe dirigente delle aziende? Vede un approccio diverso nella gestione rispetto alla classe dirigente francese?

Le aziende italiane a controllo familiare hanno mostrato una forte evoluzione negli ultimi decenni. Non è possibile generalizzare, ma molte tra esse hanno superato sia l’ostilità verso la presenza di manager esterni, sia la ritrosia ad espandersi in mercati geografici lontani, ma a rapida crescita. Insomma, la sindrome casa e bottega è ormai un carattere completamente superato per i campioni del made in Italy. Se le confrontiamo con le loro concorrenti francesi, constatiamo che spesso le imprese italiane sono più creative e più rapide a reagire. Ma la Francia ha altri punti di forza. Ne vediamo una dimostrazione evidente nel settore della moda: abbiamo i marchi più belli, che spesso, tuttavia, anziché crescere anche per acquisizioni, ad un certo punto sfioriscono perché viene loro a mancare l’originaria spinta propulsiva. E vengono comprati da grandi operatori francesi, che invece li sanno far crescere, creando complessi finanziari formidabili. A mio giudizio, la debolezza italiana non è nelle aziende, ma nel sistema, che scoraggia la formazione e il successo dei gruppi, o ne favorisce la cessione o la delocalizzazione all’estero. Credo che affrontare questo problema dovrebbe essere un obiettivo primario del nostro paese.

Qual è il rapporto tra le PMI e i fondi di PE? Sono più presenti i Fondi Internazionali o a matrice italiana?

Il rapporto tra le PMI italiane e i fondi di Private Equity è senza dubbio in evoluzione. La doppia crisi finanziaria verificatasi nell’ultimo decennio ha messo a dura prova la capacità di crescita delle nostre PMI: il reperimento di fonti, storicamente legato al mercato del credito, è risultato più difficile e la selezione tra vincenti e perdenti si è fatta più netta. Le PMI che hanno saputo resistere e crescere hanno avuto la capacità di innovarsi e di trovare le fonti necessarie, anche diversificandone la provenienza.

Concretamente, il rapporto tra le PMI e i fondi PE è rappresentato dalle seguenti cifre: il numero di operazioni rimane limitato (Private Equity e Venture Capital: 311 nel 2017 vs. 322 nel 2016 secondo I dat AIFI) tuttavia il volume investito (esclusi i mega deal) nel 2017 è aumentato del 45%, rispetto l’anno precedente, ed pari a 4,9 miliardi di euro.

Secondo i dati AIFI, la presenza internazionale nel mercato Private Equity italiano è forte. Il 63% dei €4,9 miliardi investiti nel 2017 proviene da operatori stranieri, con una media per investimento di circa €42 milioni, contro i €7 milioni in media per deal chiuso da operatori domestici.

Un nuovo strumento di grande importanza per le PMI è rappresentato dalle SPAC (Special Purpose Acquisition Companies). Le SPAC sono piccoli fondi di private equity che individuano una società target della quale acquisire il controllo e quotarne le azioni. Per l’impresa questa è una soluzione più rapida e meno onerosa alla quotazione. La SPAC accede al listino di borsa prima del verificarsi della business combination, dopo la quale l’impresa target si ritroverà ad avere il proprio capitale quotato. Questo processo implica costi di consulenza e compliance sensibilmente minori rispetto a quelli sostenuti in una IPO classica. 

Cosa si aspettano le PMI da un fondo di PE?

Le PMI italiane non mancano di capacità innovativa, inventiva e qualità. Ciò di cui molte piccole aziende hanno bisogno però è un processo di sviluppo più organizzato e strutturale e una maggiore capacità di diversificazione delle fonti di finanziamento accanto ad un aumento delle disponibilità finanziarie. Tali esigenze si possono manifestare soprattutto nel momento in cui la PMI si trovi ad affrontare alcune situazioni chiave nella vita di un’azienda: ricambio generazionale, espansione in nuovi mercati, crescita tramite acquisizioni, integrazione con altre realtà imprenditoriali.

I Private Equity devono essere in grado di apportare il capitale umano necessario a garantire la creazione di un piano strutturale di crescita, con la definizione di piani di medio periodo e il monitoraggio della loro realizzazione. Non di minore importanza è l’apporto di capitale finanziario al fine di ottimizzare la struttura delle passività, in modo tale da poter far fronte agevolmente agli investimenti.

La partecipazione di un fondo di Private Equity nel capitale di rischio di una impresa richiede una attiva collaborazione tra imprenditore e investitore, con un interesse comune che è rappresentato dalla crescita e successo dell’impresa. Il fondo deve apportare esperienza e competenze strategiche all’obiettivo, oltre ad un network di contatti rilevante e internazionale, favorendo altresì l’applicazione di best practice esterne all’azienda.

La PMI target deve essere disposta alla massima trasparenza e professionalità nei confronti del fondo, al fine di permettere all’investitore l’accesso a tutte le informazioni, oltre alla collaborazione necessaria per individuare problemi e proporre soluzioni.

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